Corinalo – Dal Dolce stil novo ad oggi, scrittori, critici e maestri delle lettere hanno sempre sostenuto e ribadito che saper scrivere non significa scrivere bene, correttamente, con una forma ineccepibile.
La scrittura deve farsi leggere, interpretare, ma soprattutto deve (dovrebbe) suggerire, emozionare, irretire; con lo stile, con l’uso accorto e strategico delle figure retoriche, con il soccorso della punteggiatura: tutto bene, ineccepibile, non si contesta. Questo tuttavia è l’armamentario giusto (e necessario) per un atto pubblico, un comunicato stampa forse, magari un saggio.
Quando però si parla di opera d’arte, si è su un altro livello, non come bagaglio tecnico ma creativo, d’ispirazione, di capacità e potenza espressiva. Permane il principio e il valore della comunicazione; e tuttavia la scrittura riesce a farci vedere, ascoltare, assaporare, odorare. Salgari tracciò l’epopea di un eroe popolare e di una terra lontanissima senza spostarsi di un centimetro dal suo tavolo di lavoro. Quanto è stato sin qui detto vale a rovescio per quanto attiene al teatro, ancora di più al cinema e, a questo proposito, all’ultima fatica del regista Adrio Testaguzza: “Maria Goretti: un raggio di luce”, produzione ATES Video. Lì c’è tutto a disposizione: colore, suono, immagine; ma solo il sapiente impasto di tutte le componenti comunicative ed espressive da parte dell’Autore, con il dosaggio puntuale della fotografia e del montaggio di Emanuele Severi, ha prodotto un amalgama di rara intensità emozionale.
Era per niente facile parlare di una vicenda umana nota in tutto il mondo, però in termini talvolta epidermici, tal’altra retorici, addirittura stucchevoli, quasi mai coinvolgenti. Facilissimo, invece, era il rischio di cadere nell’agiografico, olografico, sentimentale, in virtù anche dell’intenzione dichiarata dal regista di realizzare anche alcune ricostruzioni sceniche, non come concessione allo spettacolo ma come aiuto allo spettatore a meglio calarsi nel racconto. E’ questa una delle caratteristiche, tra quelle maggiormente apprezzate, del film – documentario di recente presentato ad un pubblico folto e partecipe, tanto da richiedere la doppia proiezione, al teatro comunale Carlo Goldoni di Corinaldo. Sono stati impiegati giovani e meno giovani attori locali, capitanati da una splendida debuttante di 80 anni nelle vesti di mamma Assunta. Voluto e sostenuto dall’Amministrazione Comunale, quest’opera, come è stato univocamente sottolineato dagli interventi del Primo Cittadino Livio Scattolini e del Vescovo Diocesano Giuseppe Orlandoni, è un doveroso tributo alla vita e al messaggio della piccola martire e santa, Maria Goretti, ponendosi tuttavia anche come lettura a tutto tondo di un’epoca e di un territorio, con riferimenti importanti al mondo rurale in un periodo oscuro di gravosa immigrazione interna e verso l’Estero. Progetto ambizioso ma ottimamente risolto dal Maestro, altrimenti noto e stimato quale poeta dell’immagine, che ha consegnato a Corinaldo e alla storia del cinema un prodotto di qualità raffinata e di profonda cultura, grazie anche all’apporto per i testi di Mauro Campolucci. Il film – documentario si avvale dei reiterati e profondi interventi dei cardinali Esilio Tonini ed Angelo Comastri, nonché dello storico Giordano Bruno Guerri il quale, con il volume “Povera Santa, povero assassino”, provocò un vero e proprio sconquasso all’interno del mondo cattolico. In tutti costoro si ravvisa un comune denominatore, pur da angolazioni diverse come sono quelle di un religioso e di un laico. Ovvero, il valore della famiglia, del nucleo famigliare quale prima e fondamentale palestra di vita, anche nella miseria dei mezzi materiali (come nel periodo raccontato del primo ‘900) a cui però corrisponde, generalmente, una dignità nei comportamenti ed una solidità interiore. Elemento che assume un valore adamantino, un significato assoluto, in una situazione nella quale sarebbe stato (e per Alessandro Serenelli è stato) quasi ineluttabile abbandonarsi a pensieri e atteggiamenti animaleschi, disumanizzanti, figli di un abbrutimento che travolge anche l’animo.
Però, come cantò l’indimenticato De André, accade che un giorno dallo strame possa nascere un fiore. Del resto, anche nostro Signore, molto tempo prima, e ancora il Santo pazzo di Assisi mille anni dopo, hanno reso primi gli ultimi, gli indifesi, i bambini, i malati, e tutti coloro i quali (potenti o straccioni, pezzenti o ricchi) si fanno umile e/ma potente strumento di pace, di carità, di perdono. Questo è il raggio di luce che filtrò attraverso la miserevole condizione di vita nella quale si dibattè, al pari di tante altre, anche la famiglia di Luigi e Assunta Goretti nell’inferno delle paludi pontine. Questo è il messaggio che promana dal porsi di Maria Goretti verso il suo uccisore: l’esile mano di una bambina che, mi piace immaginare, prima cerca di difendersi dal bruto e poi, chissà, forse di sfiorargli in viso, anticipando nel gesto il verbo del perdono comunicato con l’ultimo soffio di vita.
In tanti modi è possibile leggere il gesto della piccola Maria che, in ogni caso e prima di ogni altra considerazione, si eleva come un baluardo a difesa della dignità della donna e dell’essere umano in genere; della fedeltà ad un ideale, ad un credo; del rispetto, dell’accoglienza, della solidarietà che si devono all’altro. Che si dovrebbero a tutti coloro i quali le cronache di questi anni convulsi e frastornanti dipingono quale massa informe e silente, pericolosamente sbandata in una sorta di nuovo esodo di biblica memoria.
Un raggio di luce, come affilatissima fiamma o una rossa rosa di questo maggio odoroso, ha infine irrorato la mente e il cuore di Adrio Testaguzza che, dal suo personalissimo inventario della memoria di quando, vibrante di emozione bambina, vide e rivide Cielo sulla palude di Augusto Genina, proprio all’interno del teatro che allora funzionava come cinema, ha finalmente coronato un sogno antico: parlare di Marietta con un’operazione culturale e artistica alta e completa.
Invitando noi tutti, con garbo deciso e bontà d’animo, che contraddistinguono l’uomo ancor prima dell’artista, a frenare un attimo la vertiginosa corsa di ogni giorno per rinfrescarci alla fonte imperitura e universale dell’amore.


